mercoledì 28 luglio 2010

Prima linea a Firenze

Vi sfodero la prima pagina dell'introduzione alla mia tesi di laurea.


La presente ricerca si propone di indagare l’attività svolta a Firenze dall’organizzazione combattente Prima linea nel periodo compreso tra il 1977 e il 1979.
L’intendimento principale è stato quello di effettuare, attraverso lo spoglio di una fonte giornalistica, una ricostruzione cronologica dell'operato della formazione armata suddetta. La fonte ritenuta più confacente allo scopo prefissato è stata individuata nel quotidiano “La Nazione”.
Il movente che ha indirizzato verso la scelta di tale tematica è stato lo scorgere, nell’ambito della storiografia sulla lotta armata, una serie di lacune su tutta quell’esperienza di violenza politica organizzata non riconducibile a una matrice brigatista. La riflessione critica, infatti, su ciò che è stato in Italia il fenomeno terroristico negli anni Settanta del Novecento, è stata a lungo monopolizzata da un’attenzione quasi esclusiva alla storia delle Brigate rosse, trascurando colpevolmente “l’altra lotta armata”, vale a dire quella pratica armata definibile “movimentista” (scaturita cioè dal movimento e che a esso faceva riferimento). Mancando un’analisi sistematica, il che si riscontra nell’assenza di testi storiografici esaurienti, la conoscenza di Prima linea, e quindi la sua comprensione, viene a risultare poco accurata. Le uniche monografie di cui disponiamo, vale a dire il volume di Giuliano Boraso, “Mucchio selvaggio”[1] e i due lavori di Sergio Segio, “Miccia corta”[2] e “Una vita in Prima linea”[3], non possono essere accolte se non senza riserve. La pecca principale dell’opera di Boraso è il fatto che nel testo non venga affrontata una riflessione metodologica e di critica delle fonti, facendo sì che la trattazione risulti viziata da luoghi comuni e linee interpretative poco solide. Gli elaborati di Segio appartengono invece al genere memorialistico, e come ogni testimonianza autobiografica applicata alla ricerca storica, pongono necessariamente complesse problematiche metodologiche. Nicola Tranfaglia, a questo proposito, ci prospetta, nella prefazione a un testo che raccoglie memorie di ex-militanti, le criticità nell’utilizzarle quali fonti della ricostruzione storica:
La testimonianza è una fonte che deve essere letta con particolare cautela sia perché, sia pure di frequente, in maniera del tutto inconscia, può esserci un intento di giustificazione, sia perché i fatti a cui la testimonianza si riferisce sono accaduti, almeno in parte, alcuni anni fa e la successiva critica compiuta dai testimoni può per qualche aspetto aver sbiadito e reso opaco il ricordo di quel passato[4].
L’approssimazione interessa persino la semplice ricomposizione circostanziata della “prassi rivoluzionaria”, portata avanti, nei pochi ma densi anni in cui è stato attivo, dal raggruppamento armato. In questo ammanco finanche dei dati più basici, sulla scorta dei quali poter poggiare una meditazione fondata, si è scorto un margine praticabile di intervento. Tramite lo spoglio della fonte giornalistica quotidiana, si è voluto provvedere a ricomporre le azioni armate compiute prevalentemente nel contesto fiorentino, ma con una prospettiva dischiusa anche al quadro nazionale.
L’aspirazione di fondo che ha permeato la realizzazione del presente elaborato, è stata quella di poter contribuire, sia pur in modesta parte, alla ricostruzione, ergo alla comprensione, della complessità degli anni in cui, da parte di settori minoritari interni al mondo di sinistra, venne esperita la via della lotta armata quale strumento per la trasformazione del presente.


1 G. Boraso, Mucchio selvaggio, Roma, Castelvecchi, 2006.
2 S. Segio, Miccia corta, Roma, DeriveApprodi, 2005.
3 Id., Una vita in Prima linea, Milano, Rizzoli, 2006.
4 D. Novelli - N. Tranfaglia, Vite sospese, Garzanti, Milano, 1988, p. 12.

martedì 27 luglio 2010

Le ultime (due) lettere di Aldo Moro. Davvero le ultime.

96. Alla moglie Eleonora [1]

Tutto sia calmo. Le sole reazioni polemiche [2] contro la D.C. Luca no al funerale [3].

Mia dolcissima Noretta,
dopo un momento di esilissimo ottimismo [4], dovuto forse ad un mio equivoco circa quel che mi si veniva dicendo, siamo ormai, credo [5], al momento conclusivo. Non mi pare il caso di discutere della cosa in sé e dell'incredibilità di una sanzione che cade sulla mia mitezza e la mia moderazione. Certo ho sbagliato, a fin di bene, nel definire l'indirizzo della mia vita. Ma ormai non si può cambiare. Resta solo di riconoscere che tu avevi ragione. Si può solo dire che forse saremmo stati in altro modo puniti, noi e i nostri piccoli. Vorrei restasse ben chiara la responsabilità della D.C. con il suo assurdo ed incredibile comportamento. E' sua va detto con fermezza così come si deve rifiutare eventuale medaglia che si suole dare in questo caso. E' poi vero che moltissimi amici (ma non ne so i nomi) o ingannati dall'idea che il parlare mi danneggiasse o preoccupati dalle loro personali posizioni, non si sono mossi come avrebbero dovuto. Cento sole firme raccolte avrebbero costretto a trattare [6]. E questo è tutto per il passato. Per il futuro c'è in questo momento una tenerezza infinita per voi, il ricordo di tutti e di ciascuno, un amore grande grande carico di ricordi apparentemente insignificanti e in realtà preziosi. Uniti nel mio ricordo vivete insieme. Mi parrà di essere tra voi. Per carità, vivete in un'unica casa, anche Emma se è possibile e fate ricorso ai buoni e cari amici, che ringrazierai tanto, per le vostre esigenze. Bacia e carezza per me tutti, volto per volto, occhi per occhi, capelli per capelli. A ciascuno una mia immensa tenerezza che passa per le tue mani. Sii forte, mia dolcissima, in questa prova assurda e incomprensibile. Sono le vie del Signore. Ricordami a tutti i parenti ed amici con immenso affetto ed a te e tutti un caldissimo abbraccio pegno di un amore eterno. Vorrei capire, con i miei piccoli occhi mortali come ci si vedrà dopo. Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo. Amore mio, sentimi sempre con te e tienmi stretto. Bacia e carezza Fida, Demi, Luca (tanto tanto Luca) Anna Mario il piccolo non nato Agnese Giovanni. Sono tanto grato per quello che hanno fatto. Tutto è inutile, quando non si vuole aprire la porta. Il Papa ha fatto pochino: forse ne avrà scrupolo


1 Recapitata il 5 maggio, insieme con la successiva, da don Mennini, ma la data di stesura potrebbe essere antecedente. Non è presente tra i dattiloscritti ritrovati nell'ottobre 1978, né tra le fotocopie dei manoscritti di dodici anni dopo. L'originale è riprodotto negli
Atti della Commissione parlamentare d'inchiesta sulla strage di via Fani, sul sequestro e l'assassinio di Aldo Moro e sul terrorismo in Italia. E' lettera autonoma dalla seguente. Lo stesso giorno, qualche ora prima, il comunicato n.9 delle Br annunciava: «Concludiamo quindi la battaglia iniziata il 16 marzo eseguendo la sentenza a cui Aldo Moro è stato condannato». Divulgata il 13 settembre 1978 dal «Corriere della Sera», p.6, ma fu pubblicata per la prima volta integralmente e in modo autonomo dalla successiva, in Aldo Moro, L'intelligenza e gli avvenimenti. Testi 1959-1978, pp. 427-28.
2 Si distingue una
«t» corretta: forse in precedenza aveva scritto «politiche».
3 E' il solito esergo aggiunto posteriormente nello spazio residuo del foglio.
4 Questa espressione non sembra essere giustificata dai toni sicuri delle due versioni della lettera a Zaccagnini e soprattutto del perentorio argomentare delle pagine finali del "Memoriale", che non sono certo il prodotto di un «esilissimo ottimismo».
5 Il prigioniero, rispetto alla lettera successiva, «crede» ancora, cioè non è del tutto sicuro di morire: in 55 giorni sarebbe questa la terza volta in cui vive un simile stato emotivo di imminente minaccia di morte.
6 A proposito di questa raccolta di firme, Guerzoni ha testimoniato in Commissione stragi, il 6 giugno 1995: «L'onorevole Moro chiese la raccolta di cento firme per convocare il Consiglio Nazionale e noi arrivammo a ventinove, a quel punto dissi che non avrei più collaborato per cercare le firme, perché non volevo che l'onorevole Moro rimanesse alla storia come colui che aveva determinato la rottura formale del partito. A mio parere infatti l'onorevole Moro non voleva la rottura del partito; semmai che venissero in evidenza delle contraddizioni. Tanto più ero convinto di questo, perché sapevo che egli non sarebbe mai tornato e che quindi oltretutto avremmo fatto delle operazioni di significato storico che non servivano nemmeno a salvarlo». Secondo la testimonianza di Vittorio Cervone, fra i promotori nel 1968 della corrente democristiana "Gli amici di Aldo Moro", il 9 maggio, alle 13, i principali esponenti del gruppo, erano riuniti a pranzo al ristorante il «Barroccio» e stavano decidendo di chiedere la convocazione del Consiglio nazionale della Dc, quando furono raggiunti dalla tragica notizia del ritrovamento del cadavere dell'uomo politico (Vittorio Cervone, Ho fatto di tutto per salvare Moro, p. 44).


97. Alla moglie Eleonora
¹

Ora, improvvisamente, quando si profilava qualche esile speranza², giunge incomprensibilmente l'ordine di esecuzione. Noretta dolcissima, sono nelle mani di Dio e tue.
Prega per me, ricordami soavemente Carezza i piccoli dolcissimi, tutti. Che Iddio vi aiuti tutti. Un bacio di amore a tutti
Aldo

1 Recapitata il 5 maggio tramite don Mennini, ma la data di stesura potrebbe essere antecedente. L'originale è riprodotto negli Atti della Commissione parlamentare d'inchiesta sulla strage di via Fani, sul sequestro e l'assassinio di Aldo Moro e sul terrorismo in Italia. Fu pubblicata per la prima volta in Aldo Moro, L'intelligenza e gli avvenimenti. Testi 1959-1978, p. 427.
2 Anche qui si noti che
«esile speranza» non giustifica la perentorietà dei toni usati da Moro nelle lettere a Zaccagnini e nelle ultime pagine del "Memoriale".


Da: Aldo Moro, Lettere dalla prigionia, a cura di Miguel Gotor, Torino, Einaudi, 2008, pp. 177-179

9 maggio 1978 - via Caetani, Roma (Gianni Giansanti)

lunedì 26 luglio 2010

Per me, è finita.

67. Alla moglie Eleonora¹

Mia dolcissima Noretta,
credo che questa sia proprio l'ultima. Per ragioni misteriose mi sembra preclusa qualsiasi speranza. Non si sa neppure approssimativamente, che cosa accada, in che si concludano le varie inziative delle quali [una] volta [...] si parla. Il Papa non può fare niente neppure dimostrativamente, in questo caso? Perché avevamo tanti amici, a schiere. Non una voce ch'io sappia, si è levata sin qui. Di voi ho ricevuto la sola lettera del "Giorno", che volevo portare sul petto, così per farmi compagnia, all'atto di morire². Ma si è perduta nel pulire la prigione. Per quanto abbia chiesto, non ho saputo altro. Quasi pensavo di aver fatto qualcosa di vergognoso. Ma è il meccanismo, deve essere così. Ed a voi devono avere consigliato (proibito) di fare qualsiasi protesta, che non sarebbe servita a nulla, ma avrebbe dimostrato che io qualche persona cara l'ho ancora. E' stato tutto freddamente determinato ed io sono stato trattato, come se solo mi fossi servito della D.C. Ma non hanno nemmeno un momento esaminato la situazione, per vedere che cosa era opportuno fare, salvare il salvabile, capire. Una spaventosa improvvisazione. Per me, è finita. Penso solo a voi e, se non sono oppresso fino alla follia, vi richiamo, vi rivedo, da grandi e da piccoli, da anziani e da giovani. E tra tutti il dilettissimo Luca con cui passo ancora i momenti disponibili. E poi il dubbio della vostra salute, la ragione del vostro silenzio. Spero che Freato e Rana vi seguano. I nostri dopo 40 giorni si saranno un po' abituati, ma dimenticati, spero, no. Se a Torrita non venite, comincia col tenermi a Roma, o nella chiesa di Torrita. Abbracciameli tutti tutti, uno ad uno, ogni giorno, come avrei fatto. Ricordatemi un po', per favore. Io sono cupo e un po' intontito. Credo non sarà facile imparare a guardare e parlare con Dio e con i propri cari. Ma c'è speranza diversa da questa? Qualche volta penso alle scelte sbagliate, tante; alle scelte che altri non hanno meritato. Poi dico che tutto sarebbe stato eguale, perché è il destino che ci prende. Mentre lasciamo tutto resta l'amore, l'amore grande grande per te e per i nostri, fatto di tanta incredibile e impossibile felicità. Che di tutto resti qualche cosa. Ti abbraccio forte, Noretta mia. Morirei felice, se avessi il segno di una vostra presenza. Sono certo che esiste, ma come sarebbe bello vederla.

Dio ti benedica con tutti
Aldo

¹ Non recapitata. Ritrovata come fotocopia di manoscritto nell'ottobre 1990 (Atti della Commissione parlamentare d'inchiesta sulla strage di via Fani, sul sequestro e l'assassinio di Aldo Moro e sul terrorismo in Italia). Scritta intorno al 25 aprile come si deduce dal riferimento ai quaranta giorni di prigionia trascorsi.

² Il riferimento dovrebbe essere alla lettera pubblicata ne «Il Giorno» il 7 aprile, perché della lettera scritta il 26 aprile dai familiari sostiene di non sapere ancora nulla. Secondo il giornalista de «L'Espresso» Mario Scialoja questo brano sarebbe un ulteriore segnale dell'esistenza di un canale di ritorno in quanto considera inverosimile che Moro volesse portarsi al petto «all'atto di morire» una semplice pagina di giornale (Atti della Commissione parlamentare d'inchiesta sulla strage di via Fani, sul sequestro e l'assassinio di Aldo Moro e sul terrorismo in Italia, audizione del 14 marzo 2000).


Da: Aldo Moro, Lettere dalla prigionia, a cura di Miguel Gotor, Torino, Einaudi, 2008, pp. 123-124.

domenica 25 luglio 2010

Ci rivedremo. Ci ritroveremo. Ci riameremo.

34. Alla moglie Eleonora [1]

Mia dolcissima Noretta,
credo di essere giunto all'estremo delle mie possibilità e di essere sul punto, salvo un miracolo, di chiudere questa mia esperienza umana. Gli ultimi tentativi, per i quali mi ero ripromesso di scriverti, sono falliti. Il rincrudimento della repressione, del tutto inutile, ha appesantito la situazione. Non sembra ci sia via d'uscita. Mi resta misterioso, perché è stata scelta questa strada rovinosa, che condanna me e priva di un punto di riferimento e di equilibrio. Già ora si vede che vuol dire non avere persona capace di riflettere. Questo dico, senza polemica, come semplice riflessione storica. Ora vorrei abbracciarti tanto e dirti tutta la dolcezza che provo, pur mescolata di cose amarissime, per avere avuto il dono di una vita con te, così ricca di amore e di intesa profonda. Dio sa quanto avrei sperato di accompagnarvi ancora un poco, di dare custodia ed aiuto all'amatissimo Luca, di aiutare tutti a superare le prove del duro cammino. Ho tentato tutto ed ora sia fatta la volontà di Dio, credo di tornare a voi in un'altra forma. Non mi so immaginare onorato da chi mi ha condannato. Ma fa [2] tu, con spirito cristiano e senso di opportunità. Vi ho affidato a Freato e Rana per ogni necessità ed ho fiducia che Iddio vi aiuti. Tu curati e cerca di essere più tranquilla che puoi. Ci rivedremo. Ci ritroveremo. Ci riameremo. Ho scritto a tutti per Luca, perché siano impegnati per lui. A te debbo dire grazie, infinite grazie, per tutto l'amore che mi hai dato. Amore un po' geloso che mi faceva innervosire, quando ti vedevo «sprofondata» [3] in un libro. Ma amore autentico che resterà. Io pregherò per te e tu per me. Che Iddio aiuti la cara famiglia. In estate, al mare, fatti fare compagnia dalla famiglia Riccioni per te e per il piccolo. Ho lasciato il mio archivio a Luca da vendere tramite il Sen. Spadolini e il Dott. Guerzoni per costituire un piccolo peculio che lo aiuti a mantenersi nella vita. Ho dimenticato di dire, ma tu dillo a Guerzoni che per le foto i familiari e gli esecutori testamentari scelgano quelle che vale la pena di conservare alla famiglia. Nel magnetofono più grande, che è nel mio studio, ci sono già raccolte vocette di Luca trasferite da quello tascabile. Si può mano a mano trasferire e completare. Le bobine sono in camera nostra; film e foto sulla scrivania dello studio. Vorrei, come piccolo ricordo, che il biro della mia vestaglia da giorno andasse a Luca che lo amava «e il portacenere a Giovanni», un altro «pennarello» marrone nel comò a Giovanni, un biro uguale al primo sulla chiffonière ad Agnese, mentre Fida e Anna e tu potreste scegliere in quel mobile quel che volete. Sentite Manzari, vedi di fare testamento [4]. Io ne ho mandati due che spero siano arrivati e rinvierò in copia. Non mancare di fare e far fare la vaccinazione antinfluenzale, se viene la russa. Fatti seguire da Giuseppe [5] anche come amico. Tramite Rana fa controllare la stabilità del tetto sulla nostra stanza «e cura che il gas sia chiuso la sera. (Agnese)». Per la tomba di Torrita [6] «almeno nell'immediato c'è» rischio di sicurezza. Forse converrebbe alloggare altrove, [o su di lì] stesso «o nella chiesa con speciale permesso». Forse, per ora: consigliati con Freato. Chissà quante cose ho dimenticato. State più uniti che potete e tenete unite anche le mie cose con voi, perché sono vostro. Ho pregato molto La Pira. Spero che mi aiuti in altro modo [7].
Ringrazio tutti, tutti i parenti ed amicicon grande affetto. Che Iddio ci aiuti. Ricordati che sei stata la cosa più importante della mia vita. Ricordatemi discretamente a Luca con qualche foto e qualche descrizione, che non si senta del tutto senza nonno. E poi che sia felice e non faccia i miei errori generosi ed ingenui.
Ti abbraccio forte forte e ti benedico dal profondo del cuore. A nonna un bacio, nella forma che troverai.
Aldo

¹ Non recapitata. Lettera ritovata solo nell'ottobre 1990 come fotocopia di manoscritto (Atti della Commissione parlamentare d'inchiesta sulla strage di via Fani, sul sequestro e l'assassinio di Aldo Moro e sul terrorismo in Italia).

² Manca l'apostrofo nella fotocopia del manoscritto.
³ La parola sostituisce un poco comprensibile «spaventato» cancellato.
4 Giuseppe Manzari, amico di Moro dai tempi dell'università e suo consigliere giuridico, ne era stato il capo di gabinetto quando era ministro dell'Istruzione dal 1957 al 1959 e alla presidenza del consiglio dal 1963 al 1968 e dal 1974 al 1976. Allora era presidente della Sezione del Consiglio di Stato e capo del contenzioso diplomatico presso il ministero degli Esteri. Il 21 Gennaio 1977, Moro gli aveva inviato le bozze del testamento suo e della moglie per avere un consiglio da lui (Atti della Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi).
5 Il riferimento dovrebbe essere ancora a Giuseppe Manzari poiché il raddoppio delle «p» è sufficientemente chiaro. [...]
6 Segue una parola cancellata.
7 Giorgio La Pira, terziario domenicano, professore di Diritto romano, fu uno dei padri costituenti lavorando nella Commissione dei 75 vicino al cosiddetto gruppo dei "professorini" Giuseppe Dossetti, Amintore Fanfani, Giuseppe Lazzati e il più giovane Moro. Sindaco molto amato di Firenze per due mandati dal 1951 al 1957 e dal 1961 al 1965, morì nel 1977 in fama di santità e in suo onore è stata aperta una causa di canonizzazione. Il primo a drizzare le antenne su questo passo, sconosciuto fino all'ottobre 1990, è stato Sofri, L'ombra di Moro, p.41, notando che proprio il nome di La Pira era stato invocato, insieme con quello di don Luigi Sturzo, in occasione di una seduta spiritca, che si tenne il 2 Aprile 1978 in un casolare a Zappolino, nei pressi di Bologna. Come è noto, nella circostanza si erano riuniti per passare il giorno di festa insieme con le loro famiglie, un gruppo di docenti universitari, fra cui Alberto Clò, Mario Baldassarri e Romano Prodi. Nel corso della seduta, avvenuta colo cosiddetto metodo del piattino, emersero in rapida successione le indicazioni di "Gradoli, Bolsena, Viterbo" come luogo di prigionia di Moro. Il 6 aprile la polizia si recò in "accurato perlustramento" nell'omonimo paese del viterbese perché Prodi ritenne opportuno informare del fatto il portavoce di Zaccagnini che, a sua volta, contattò Luigi Zanda Loy, il capo ufficio stampa di Cossiga (Atti della Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi). Quando, il 18 Aprile 1978, venne scoperto il covo di via Gradoli a Roma, ove si recava a dormire Moretti nel corso del sequestro, sorsero illazioni, sospetti e curiosità di ogni tipo e perciò l'episodio della seduta spiritica fu gradualmente portato a conoscenza del grande pubblico trasformandosi in un vero e proprio luogo comune del caso Moro e delle sue misteriologie. Non subito, però, perché Prodi, nominato il 28 novembre 1978 ministro dell'Industria, venne interrogato dalla magistratura per la prima volta il 22 dicembre 1978, insieme con Clò. Lo studioso della Rivoluzione francese Georges Lefebvre ha insegnato agli storici ad essere sensibili all'origine delle notizie, al modo con cui iniziano a circolare e si alimentano col trascorrere del tempo. Si segnala, dunque, che il calcio d'inizio pubblico di quest'annosa partita - passata nel corso di oltre vent'anni al vaglio della magistratura e di ben due commissioni di inchiesta parlamentare - dovrebbe essere un articolo del 17 ottobre 1978 di Roberto Martinelli e Antonio Padellaro, "Dov'è il leader dc?", chiesero allo spirito di La Pira. E la risposta arrivò col posacenere: "Gradoli...095", in «Corriere della Sera», p.7, in cui si raccoglievano, tra virgolette, le presunte dichiarazioni di un "professore bolognese", ancora per poco, coperto dall'anonimato.


Criteri di trascrizione

I documenti pubblicati in questa sede sono pervenuti in originale manoscritto (nel periodo 16 marzo - 9 Maggio 1978), in copia dattiloscritta (ritrovati, a Milano, in via Monte Nevoso, il Iº ottobre 1978) e in fotocopia di manoscritto (rinvenuti a Milano, in via Monte Nevoso, il 9 Ottobre 1990). [...] Ho effettuato i seguenti interventi:

- tra parentesi quadre [ ] ho inserito le opportune integrazioni di lettere o parole omesse per evidenti sviste dello scrivente, dei fotocopiatori o nel caso di congetture ritenute altamente probabili;
[...]
- tra parentesi uncinate ho posto le parole scritte fra le righe o aggiunte dall'autore posteriormente fra due vocaboli [per problemi di linguaggio html, al posto delle parentesi uncinate ho utilizzato le virgolette «»];
[...]



Da: Aldo Moro, Lettere dalla prigionia, a cura di Miguel Gotor, Torino, Einaudi, 2008, pp. XXVIII, 62-65.

sabato 24 luglio 2010

... Passare la propria giornata a crescere le proprie forze, il proprio valore, la propria anima e cultura, per farle servire a qualcosa.

A Fernanda Pivano, Mondovì Breo.


[Roma,] venerdì [4 giugno 1943]

Cara Fern,

non è vero che sono parole esistenzialiste. Io dell'esistenz. me ne infischio. Sono parole dell'esperienza - che conta molto di più. E del resto Lei non ci ha capito niente. Se la cava dicendo «Per gli altri cosa?» e poi passa e insiste a blaterare di sé e delle Sue disgrazie e che L'hanno amata troppo e che è ingrata e che è leggera e punita e rotolerà dai tetti ecc. Questa in inglese si chiama maudlin self-pity, piangolosa compassione di sè, ed è un male che conosco bene per essere stato la mia tentazione continua per più di trent'anni. Dice di averne ventisei e si comporta come un bambino di dieci. Io andavo sempre sull'aia, vicino al letame, e mi sporcavo le gambe, e dicevo «Ecco tutti mi scacciano, io sono solo, sono nel letame, puzzo, mi piangono gli occhi, io sono un disgraziato, io sono stupido ecc.» Non Le manca che di avvoltolarsi nel letame e poi sarà completa. Ebbene, provi il letame, a Mondovì non ne mancherà: si spogli nuda e ci si rotoli dentro. Capisce il simbolo? Ma si ricordi una cosa: io, nel più forte del mio masochismo, dicevo «Ma verrà un giorno che li mangerò tutti, che sarò un grand'uomo, che farò qui, che farò là ecc.» Tra una cosa e l'altra ci si può salvare. Avrà il diritto di lamentarsi quando avrà fatto qualcosa, sinora no perché non ha provato. E se le consigliavo di donarsi e non di chiedere, è perché la miglior prova che valiamo qualcosa sta nell'aver fatto qualcosa per gli altri, proprio quegli altri che Lei ignora per matta bestialità. Si capisce che, così a occhio e croce, gli altri non esistono nemmeno; ma bisogna donarsi appunto perché questo è l'unico modo per farli esistere, e allora non si è più soli, allora si vale quel tanto appunto che si è donato. Donarsi come?
Donarsi vuol dire rispettare sé stessi, anzitutto, cioè passare la propria giornata a crescere le proprie forze, il proprio valore, la propria anima e cultura, per farle servire a qualcosa. Donarsi vuol dire non avere tempo di guardare al passato e quindi non compiangersi. Mi fa ridere coi suoi 26 anni. Si può cominciare a 40. Lei pensa all'età unicamente perché è ancora prigioniera della Sua vecchia forma mentis che giudica le ragazze dal loro rendimento sessuale e quindi ritiene che il più bello sia passato a 26 anni. Storie.
Del resto, anche con questa storia, la faccia finita. Si faccia violare dal primo atleta che Le capita e poi vedrà le cose con gli occhi più chiari. È un consiglio disinteressato che Le do. E a proposito di gambe non dica nemmeno per scherzo che se le romperebbe, perché quando si hanno belle come le sue è un delitto.
Non Le scrivo che cosa faccio né chi vedo perché tanto Lei non si interessa degli altri.
Brontolo!

venerdì 23 luglio 2010

E questo è tutto.

A Fernanda Pivano, Mondovì Breo.



[Roma,] domenica 30 [maggio 1943]

Cara Fern,

la Sua lettera mi ha molto commosso e se potessi prenderei subito il treno per provarLe che non è vero che la circondi il gelo e l'ostilità. Ma non capisco perché si trovi tanto male proprio adesso che sa che sa di poter lavorare nove ore al giorno e quindi pressoché mantenersi. Non ha sempre aspirato all'indipendenza? A meno che Le succeda come a tutti: una volta ottenutala, non sa più che farne. Si ritorna cioè a quanto Le ho sempre consigliato: si faccia una vita interiore - di studio, di affetti, d'interessi umani che non siano soltanto di «arrivare», ma di «essere» - e vedrà che la vita avrà un significato. Io non ho potuto muovermi anche perché abbiamo avuto i questurini in casa per parecchio tempo - una nostra impiegata è stata arrestata¹ - e s'immagini le grane.
Cara Fern, la solitudine che Lei sente, si cura in un solo modo, andando verso la gente e «donando» invece di «ricevere». (È la solita sacrosanta predica). Non che io aneli di essere quello a cui Lei dovrebbe donare - tanto più che i doni che Lei potrebbe farmi non sarebbero ancora la soluzione ma aumenterebbero il pasticcio. Si tratta di un problema morale prima che sociale e Lei deve imparare a lavorare, a esistere, non solo per sé ma anche per qualche altro, per gli altri.
Fin che uno dice «sono solo», sono «estraneo e sconosciuto», «sento il gelo», starà sempre peggio. E' solo chi vuole esserlo, se ne ricordi bene. Per vivere una vita piena e ricca bisogna andare verso gli altri, bisogna umiliarsi e servire. E questo è tutto.
La nostra posizione qui è molto precaria. Il padrone ogni tanto fa progetti per riportare la baracca in Piemonte - che non mi dispiacerebbe. Ma intanto - tira e molla - non faccio più niente e non ho più pace. La smetta con quella stupida storia dell'assegno. Pensi piuttosto a tradurre l' Addio, e con l'assegno si comperi un monopattino.
Coraggio e arrivederci.
Pavese


¹ Tra i numerosi arresti per attività antifascista del maggio 1943 a Roma, vi era stato anche quello di Lola Berardelli (futura moglie di Felice Balbo), arrestata negli uffici della casa editrice in via Claudio Monteverdi.


Da: Cesare Pavese, Lettere 1926-1950, vol. 2, a cura di Lorenzo Mondo e Italo Calvino, Torino, Einaudi, 1966, pp. 458-459.

venerdì 23 aprile 2010

Si dia il via all' entropia.

"Io vi dico: si deve avere ancora del caos dentro di sé per poter generare una stella che danza.
Io vi dico: avete ancora del caos in voi".

(Ich sage euch: man muß noch Chaos in sich haben, um einen tanzenden Stern gebären zu können. Ich sage euch: ihr habt noch Chaos in euch.)

Also sprach Zarathustra
Ein Buch für Alle und Keinen
(1883–1885)

Questo è un meta-intervento.

In questo blog c'è troppo ordine.

Io rifiuto il Cosmo¹, voglio il Mondo.

Perciò io vi dico:


Si dia il via all'entropia.


¹còṣmo [vc. dotta, gr. kósmos ‘ordine’, poi ‘mondo, universo’, di etim. incerta; 1562]
(filos.) Secondo le antiche cosmologie, il mondo inteso come sistema ordinato, in contrapposizione al caos originario.

giovedì 17 dicembre 2009

Episodi Medievali - Le Crociate.

Verso l’anno Mille, complice la spinta demografica ed economica che investe l’Europa in piena ripresa, e con essa la voglia da parte della Chiesa di liberarsi dell’ energia e della concorrenza del ceto cavalleresco - sempre in vena di scorribande e in costante cerca di nuovi feudi -, si assite al sorgere di una particolare forma di pellegrinaggio. Il 27 novembre 1095, nel famoso concilio di Clermont-Ferrand (città che, tra l'altro, darà i natali a Blaise Pascal), le parole di Urbano II (qui accanto ritratto nell'episodio in un affresco del XII sec.) danno il via a “quelle grandi gite di massa, organizzate dalla famosa agenzia turistica, la pontificia pax domini” (Riccardo Marasco), che in seguito verranno dette crociate.

Cruciata è in realtà un termine tardo, del XIII secolo, quando oramai il fenomeno si è istituzionalizzato ed è utilizzato dalla Chiesa contro molti dei suoi nemici politici (tacciati per l’occasione come infedeli, come gli eretici albigesi o Federico II, definito addirittura l’Anticristo). In origine l’invito di Urbano fu ad un pellegrinaggio - peregrinatio - di espiazione verso la Terrasanta. E in effetti di un pellegrinaggio si trattò, solo che fu un pellegrinaggio armato, come lo chiamano gli storici, perché, “visto che si passava per di lì”, Urbano invitò i pellegrini a dare un aiuto alla Chiesa d’Oriente contro gli infedeli.

Da ricordare, a proposito, che l’oppressione dei Turchi sulle comunità cristiane d’Oriente e sui pellegrini diretti a Gerusalemme non può essere considerata motivo decisivo per la crociata, visto che i cosiddetti “infedeli” , fin dai tempi di Maometto, erano stati assai tolleranti e permettevano a cristiani ed ebrei la professione del loro culto – in cambio del pagamento di una tassa – sennonché assicuravano loro forme di autorità e di autonomia che “i loro correligionari residenti nei territori cristiani non si sognavano neppure” (Vitolo) . Tra queste vie era anche la possibilità del pellegrinaggio a Gerusalemme, ma i cristiani sembravano esserselo dimenticati.

Comunque, dal 1095 al 1270 i cristiani in diverse ondate (se ne contano sette, alcuni arrivano a nove) cercheranno di riconquistare Gerusalemme, dando luogo oltre che ad una breve occupazione della città santa (1099-1187) ad una serie di episodi bislacchi (ragion per cui sotto mi concentrerò sulla prima e sulla quarta spedizione) e portando alla ribalta personaggi alquanto bizzarri.

Jacque Le Goff ha sostenuto che l'unico frutto della crociata è stata l' ALBICOCCA (al-braquq; Le Goff 1969, p.95), la cui coltivazione pare si diffuse in Europa proprio dopo le gite in Medio Oriente (ma alcuni smentiscono). Ad essa si aggiungano, per curiosità di Grattacapo, le cosiddette cavallette crociate, che invadono e "infestano in quel periodo parte dell'Abruzzo meridionale e della Campania, e a grandi nugoli il Tavoliere della Puglia".



I - Pietro di Amiens e il fanatismo dei Poveri

Il primo a recepire l’entusiasmo religioso suscitato dal movimento crociato fu un predicatore itinerante, tale Pietro di Amiens, detto l’eremita perché andava in giro vestito di stracci e in sella ad un asino [come si vede nell'illustrazione a fianco, tratta dal manoscritto pergamenaceo Roman du Chevalier du Cygne (1270 ca)] Personaggio di poca cultura ma di notevole eloquio, nel 1075 con la sua favella Pietro ruscì a mettere insieme un gruppo numeroso di poveri ed emarginati, male armati e privi di qualsiasi forma di organizzazione. On orda di più di 12.000 persone tra poveri, donne, fanciulli, insofferenti di ogni disciplina che si misero in marcia verso l’Oriente attraverso le valli di Reno e Danubio al grido “Dio lo vuole” (Deus le volt).

Il passaggio degli ardenti derelitti fu segnato ovunque da saccheggi e massacri di Ebrei, suscitando la reazione di vescovi e signori locali. Alla fine tuttavia, quelli che sopravvissero alle stragi e alla fatica del viaggio, tra cui vecchi, donne e bambini, arrivarono a destinazione. Una volto sul posto, furono massacrati dai Turchi.

Pietro fu uno dei pochi che riuscirono a salvarsi e attese a Costantinopoli l’arrivo della crociata “ufficiale” .

Quando arrivarono i crociati mandati dagli altri re europei, Pietro li seguì, come anche Wikipedia si cura di sottolineare, “in una posizione tuttavia non di eccellenza”.

Durante l'assedio di Antiochia cercò addirittura di fuggire, ma venne subito ricatturato. Dopo qualche mese riprese credibilità fra i crociati.

Una volta presa Gerusalemme, il suo sermone sul Monte degli Ulivi fu seguito dal saccheggio della città e dal massacro degli abitanti inermi della Città Santa: ebrei e musulmani.

II – Secondo tentativo

La seconda crociata (come le successive) fu un fallimento, tutti quelli che partecipavano perseguivano i propri obiettivi politici, con grande ira del pontefice, cercando ad esempio, come nel caso di Ruggero II, di fregarsi i domini Bizantini nel Peloponneso.

Il Saladino intanto riconquistò Gerusalemme nel 1187


III - Terza crociata

Come può il Saladino aver riconquistato la città Santa? La domanda trovò risposta nell'organizzazione della terza crociata, quella di Robin Hood. Vi partecipano Federico Barbarossa, Il re di Francia Filippo Augusto e Il re D’Inghilterra Riccardo Cuor di Leone (foto a lato). Ma i risultati furono di nuovo scarsi, il povero Barbarossa addirittura morì annegato nel 1190 mentre attraversava il fiume Salef in Anatolia.


Niente di fatto. Gerusalemme rimane in mano agli infedeli.













4 – Quarta crociata: “clamorosa deviazione sul Bosforo”.

Innocenzo III ( il grande papa del centralismo pontificio etc. etc.) decise di riprovarci, bandendo nel 1198 una crociata col duplice obiettivo di 1) recuperare Gerusalemme alla cristianità e 2) ricondurre la Chiesa d’Oriente sotto la sovranità pontificia. Per problemi vari (tra cui la morte di Riccardo cuor di Leone) la partenza fu rinviata di anno in anno. Si riuscì a mettersi in moto solo nel 1202.

Nel 1202 i crociati si radunano a Venezia pronti per salpare e raggiungere l’Oriente via mare, ma giunti sul posto si accorgono malauguratamente di non avere i soldi necessari per pagare il trasporto. Che fare?

Il doge Enrico Dandalo prese in mano l’iniziativa e offrì il trasporto gratuito ai combattenti a patto che si facesse scalo a Zara, per recuperare città che si era data agli Ungheresi. I crociati accettano ed espugnano la città coi soliti saccheggi, mandando di nuovo su tutte le furie il papa. Si erano infatti dimenticati che gli ungheresi erano il popolo più cattolico dei Balcani, la cui conversione fu uno dei successi più eclatanti della chiesa d’occidente. Addirittura fu lo stesso pontefice ad inviare la corona con la croce storta (sta nella chiesa a Budapest ed è l’orgoglio dell’Ungheria post-comunista) al sovrano ungherese Stefano I nell’anno 1000. Inoltre il re ungherese, che prima della data era noto come principe Vaik e dopo fu nondimeno fatto santo (Bloch 1999, p.26), si era addirittura “iscritto” alla stessa crociata che gli aveva saccheggiato la città! Per tale ragione Innocenzo III decise di scomunicare la crociata. I diversi baroni dichiararono però di essere stati ricattati e costretti da Venezia alla sciagurata azione; il papa allora tolse loro la scomunica che andò completamente a carico dei veneziani.

Intanto dopo questo intoppi diplomatici i crociati riprendono il viaggio. E cosa succede?

Altro colpo di scena. Il doge riesce a convincere i capi crociati ad un nuovo cambiamento di programma: perché non puntare sulla conquista di Costantinopoli invece che di Gerusalemme? La città, capitale dell’impero romano d’Oriente è sicuramente più ricca della città santa, e poi Alessio, pretendente al trono, prometteva lauti compensi e partecipazione alla crociata se lo si fosse installato sul trono.

Ecco dunque che accade il fattaccio: “clamorosa deviazione sul Bosforo”. Costantinopoli fu presa e come d’uopo orrendamente saccheggiata nel 1204. Il Papa verde dalla rabbia.

Quando l’ingordigia del bottino si placò si provvide – sotto abile regia del Dandalo - alla spartizione del regno e alla fondazione dell’ impero latino d’Oriente. Un quarto di questo, assieme al titolo di imperatore, fu assegnato a Baldovino di Fiandra.

giovedì 12 novembre 2009

In memoria

Sabato 12 Settembre 2009 nel Duomo di Milano e in diretta su Rai1 si sono svolti i Funerali di Stato di Michael Nicholas Salvatore Bongiorno.

Michael Nicholas Salvatore Bongiorno, Grande Ufficiale Ordine al Merito della Repubblica Italiana, la più alta onorificenza della Repubblica Italiana, destinata a
"ricompensare benemerenze acquisite verso la Nazione nel campo delle lettere, delle arti, della economia e nel disimpegno di pubbliche cariche e di attività svolte a fini sociali, filantropici ed umanitari, nonché per lunghi e segnalati servizi nelle carriere civili e militari" (dal sito del Quirinale)
gli era stata conferita ineccepibilmente nel 2004, per le sue chiare e limpide benemerenze acquisite verso la Nazione.

Dunque coerentemente il 9 Settembre 2009 il Consiglio dei Ministri con proponente il Presidente del Consiglio ha deliberato "l'
Assunzione a carico dello Stato delle spese per i funerali di Mike BONGIORNO, a norma della legge 7 febbraio 1987, n. 36".

Ma che cosa afferma la legge 7 febbraio 1987, n.36?

Esequie di Stato

A CHI SPETTANO

La legge 7 febbraio 1987, n. 36, recante "disciplina delle esequie di Stato" dispone che esse spettano alle massime autorità della Repubblica in carica, o dopo la cessazione di essa; possono inoltre essere rese, su delibera del Consiglio dei Ministri, a personalità che abbiano offerto particolari servizi alla Patria o cittadini che abbiano illustrato la Nazione, o cittadini caduti nell'adempimento del dovere o vittime di azioni terroristiche o di criminalità organizzata.


Ma questo Grande Ufficiale Ordine al Merito della Repubblica Italiana, che aveva acquisito benemerenze verso la Nazione nel campo...delle lettere?...delle arti? nel campo...e nel disimpegno di attività svolte a fini...sociali?...filantropici?...umanitari?...vabbé che aveva acquisito benemerenze verso la Nazione; e che in più era una personalità che aveva offerto particolari servizi alla Patria e un cittadino che aveva illustrato la Nazione; in pratica, chi era? che cosa faceva?
(Avvertenza per i puristi: questo è un tentativo di resa del parlato)

Era un presentatore di quiz e televendite.



Non può sfuggirci come tutti i suddetti solenni onori conferiti dalle Istituzioni e dallo Stato a un presentatore di quiz e televendite sia un sintomo, un simbolo, e un'ulteriore conferma del ruolo primario e imprescindibile che la televisione è venuta ad assumere nella società, nella politica e nello Stato in Italia, quasi fosse divenuta essa stessa un'Istituzione.
D'altronde, per suffragare questa tesi, è sufficiente ricordare come il nostro Presidente del Consiglio sia un imprenditore televisivo, Porta a Porta sia quasi assurta a ufficiosa "terza Camera" e la percentuale di cittadini che, secondo il Rapporto Annuale 2008 del Censis , segue abitualmente (almeno 3 volte a settimana) la televisione generalista è dell'85.6%, oltre a un 20,6% che guarda abitualmente la Tv satellitare e un 7,7% che usa il digitale terrestre.


Detto questo, cerchiamo di riportare Michael Nicholas Salvatore alla sua giusta dimensione e, per fare questo, ci avvarremo dell'analisi condotta da Umberto Eco nella sua "Fenomenologia di Mike Bongiorno" nel lontano 1961 (dopo solo 7 anni dalla nascita della televisione [1954]), la quale, pur essendo stata scritta ormai 48 anni fa, mantiene tutta la sua acutezza e forza espressiva, e rimane una valida esposizione dell'ideologia dell'Uomo medio(cre) (il mostro, pericoloso delinquente, conformista, colonialista, razzista, schiavista, qualunquista di PPP di cui abbiamo già parlato in questo intervento).

Umberto Eco - Fenomenologia di Mike Bongiorno
Diario Minimo (1963)
Riproduzione anastatica conforme all'originale verbatim ac litteratim; insomma l'ho copiata io a mano nella migliore tradizione dei frati amanuensi.

L'uomo circuito dai mass media è in fondo, fra tutti i suoi simili, il più rispettato: non gli si chiede mai di diventare che ciò che egli è già. In altre parole gli vengono provocati desideri studiati sulla falsariga delle sue tendenze. Tuttavia, poiché uno dei compensi narcotici a cui ha diritto è l'evasione nel sogno, gli vengono presentati di solito tra lui e i quali si possa stabilire una tensione. Per togliergli ogni responsabilità si provvede però a far sì che questi ideali siano di fatto irraggiungibili, in modo che la tensione si risolva in una proiezione e non in una serie di operazioni effettive volte a modificare lo stato delle cose. Insomma, gli si chiede di diventare un uomo con il frigorifero e un televisore da 21 pollici, e cioè gli si chiede di rimanere com'è aggiungendo agli oggetti che possiede un frigorifero e un televisore; in compenso gli si propone come ideale Kirk Douglas o Superman. L'ideale del consumatore di mass media è un superuomo che egli non pretenderà mai di diventare , ma che si diletta a impersonare fantasticamente, come si indossa per alcuni minuti davanti a uno specchio un abito altrui, senza neppur pensare di possederlo un giorno.

La situazione nuova in cui si pone al riguardo la TV è questa: la TV non offre, come ideale in cui immedesimarsi, il superman ma l'everyman. La TV presenta come ideale l'uomo assolutamente medio. A teatro Juliette Greco appare sul palcoscenico e subito crea un mito e fonda un culto; Joséphine Baker scatena rituali idolatrici e dà il nome a un'epoca. In TV appare a più riprese il volto magico di Juliette Greco, ma il mito non nasce neppure; l'idolo non è costei, ma l'annunciatrice, e tra le annunciatrici la più amata e famosa sarà proprio quella che rappresenta meglio i caratteri medi: bellezza modesta, sex-appeal limitato, gusto discutibile, una certa casalinga inespressività.

Ora, nel campo dei fenomeni quantitativi, la media rappresenta appunto un termine di mezzo, e per chi non vi si è ancora uniformato , essa rappresenta un traguardo. Se, secondo la nota boutade, la statistica è quella scienza per cui se giornalmente un uomo mangia due polli e un altro nessuno, quei due uomini hanno mangiato un pollo ciascuno - per l'uomo che non ha mangiato, la metà di un pollo al giorno è qualcosa di positivo a cui aspirare. Invece, nel campo dei fenomeni qualitativi, il livellamento alla media corrisponde al livellamento a zero. Un uomo che possieda tutte le virtù morali e intellettuali in grado medio, si trova immediatamente a un livello minimale di evoluzione. La "medietà" aristotelica è equilibrio nell'esercizio delle proprie passioni, retto dalla virtù discernitrice della "prudenza". Mentre nutrire passioni in grado medio e aver una media prudenza significa essere un povero campione di umanità.
Il caso più vistoso di riduzione del superman all'everyman lo abbiamo in Italia nella figura di Mike Bongiorno e nella storia della sua fortuna. Idolatrato da milioni di persone, quest'uomo deve il suo successo al fatto che in ogni atto e in ogni parola del personaggio cui dà vita davanti alle telecamere traspare una mediocrità assoluta unita ( questa è l'unica virtù che egli possiede in grado eccedente) ad un fascino immediato e spontaneo spiegabile col fatto che in lui non si avverte nessuna costruzione o finzione scenica: sembra quasi che egli si venda per quello che è e che quello che è sia tale da non porre in stato di inferiorità nessuno spettatore, neppure il più sprovveduto. Lo spettatore vede glorificato e insignito ufficialmente di autorità nazionale il ritratto dei propri limiti.

Per capire questo straordinario potere di Mike Bongiorno occorrerà procedere a una analisi dei suoi comportamenti, ad una vera e propria "Fenomenologia di Mike Bongiorno", dove, si intende, con questo nome è indicato non l'uomo, ma il personaggio.

Mike Bongiorno non è particolarmente bello, atletico, coraggioso, intelligente. Rappresenta, biologicamente parlando, un grado modesto di adattamento all'ambiente. L'amore isterico tributatogli dalle teen-agers va attribuito in parte al complesso materno che egli è capace di risvegliare in una giovinetta, in parte alla prospettiva che egli lascia intravedere di un amante ideale, sottomesso e fragile, dolce e cortese.

Mike Bongiorno non si vergogna di essere ignorante e non prova il bisogno di istruirsi. Entra a contatto con le più vertiginose zone dello scibile e ne esce vergine e intatto, confortando le altrui naturali tendenze all'apatia e alla pigrizia mentale. Pone gran cura nel non impressionare lo spettatore, non solo mostrandosi all'oscuro dei fatti, ma altresì decisamente intenzionato a non apprenderne nulla.

In compenso Mike Bongiorno dimostra sincera e primitiva ammirazione per colui che sa. Di costui pone tuttavia in luce le qualità di applicazione manuale, la memoria, la metodologia ovvia ed elementare: si diventa colti leggendo molti libri e ritenendo quello che dicono. Non lo sfiora minimamente il sospetto di ua funzione critica e creativa della cultura. Di essa ha un criterio meramente quantitativo. In tal senso (occorrendo, per essere colto, aver letto per molti anni molti libri) è naturale che l'uomo non predestinato rinunci a ogni tentativo.

Mike Bongiorno professa una stima e una fiducia illimitata verso l'esperto; un professore è un dotto; rappresenta la cultura autorizzata. E' il tecnico del ramo. Gli si demanda la questione, per competenza.

L'ammirazione per la cultura tuttavia sopraggiunge quando, in base alla cultura, si viene a guadagnar denaro. Allora si scopre che la cultura serve a qualcosa. L'uomo mediocre rifiuta di imparare ma si propone di far studiare il figlio.

Mike Bongiorno ha una nozione piccolo borghese del denaro e del suo valore ("pensi, ha guadagnato già centomila lire: è una bella sommetta!").

Mike Bongiorno anticipa quindi, sul concorrente, le impietose riflessioni che lo spettatore sarà portato a fare: "chissà come sarà contento di tutti quei soldi, lei che è sempre vissuto con uno tipendio modesto! Ha mai avuto tanti soldi così tra le mani?"

Mike Bongiorno, come i bambini, conosce le persone per categorie e le appella con comica deferenza (il bambino dice: "scusi, signora guardia...") usando tuttavia sempre la qualifica più volgare e corrente, spesso dispregiativa: "signor spazzino, signor contadino".

Mike Bongiorno accetta tutti i miti della società in cui vive: alla signora Balbiano d'Aramengo bacia la mano e dice che lo fa perché si tratta di una contessa (sic.).

Oltre ai miti accetta della società le convenzioni. E' paterno e condiscendente con gli umili, deferente con le persone socialmente qualificate.

Elargendo denaro, è istintivamente portato a pensare, senza esprimerlo chiaramente, più in termini di elemosina che di guadagno. Mostra di credere che, nella dialettica delle classi, l'unico mezzo di ascesa sia rappresentato dalla provvidenza (che può occasonalmente assumere il volto della Televisione).

Mike Bongiorno parla un basic italian. Il suo discorso realizza il massimo di semplicità. Abolisce i congiuntivi, le proposizioni subordinate, riesce quasi a rendere invisibile la dimensione sintassi . Evita i pronomi, ripetendo sempre per esteso il soggetto, impiega un numero stragrande di punti fermi. Non si avvicina mai in incisi o parentesi, non usa espressioni ellittiche, non allude, utilizza solo metafore ormai assorbite dal lessico comune. Il suo linguaggio è rigorosamente referenziale e farebbe la gioia di un neo-positivista. Non è necessario fare alcuno sforzo per capirlo. Qualsiasi spettatore avverte che, all'occasione, egli potrebbe essere più facondo di lui.

Non accetta l'idea che a una domanda possa esserci più di una risposta. Guarda con sospetto alle varianti. Nabucco e Nabuccodonosor non sono la stessa cosa; egli reagisce ai dati come un cervello elettronico, perché è fermamente convinto che A è uguale ad A e che tertium non datur. Aristotelico per difetto, la sua pedagogia è di conseguenza conservatrice, paternalistica, immobilistica.

Mike Bongiorno è privo di senso dell'umorismo. Ride perché è contento della realtà. Gli sfugge la natura del paradosso; come gli viene proposto, lo ripete con aria divertita e scuote il capo, sottintendendo che l'interlocutore sia simpaticamente anormale; rifiuta di sospettare che dietro il paradosso si nasconda una verità, comunque non lo considera come veicolo autorizzato di opinione.

Evita la polemica, anche su argomenti leciti. Non manca d informarsi sulle stranezze dello scibile (una nuova corrente di pittura, una disciplina astrusa..."mi dica un po', si fa tanto parlare oggi di questo futurismo. Ma cos'è di preciso questo futurismo?"). Ricevuta la spiegazione non tenta di approfondire, ma lascia avvertire anzi il suo educato dissenso di benpensante. Rispetta comunque l'opinione dell'altro, non per proposito ideologico, ma per disinteresse.

Di tutte le domande possibili su di un argomento sceglie quella che verrebbe per prima in mente a chiunque e che una metà degli spettatori scarterebbe subito perché troppo banale: "cosa vuol rappresentare quel quadro?" "come mai si è scelto un hobby così diverso dal suo lavoro?" "com'è che viene in mente di occuparsi di filosofia?".

Porta i clichés alle estreme conseguenze. Una ragazza educata dalle suore è virtuosa, una ragazza con le calze colorate e la coda di cavallo è "bruciata". Chiede alla prima se lei, che è una ragazza così per bene desidererebbe diventare come l'altra.; fattogli notare che la contrapposizione è offensiva, consola la seconda ragazza mettendo in risalto la sua superiorità fisica e umiliando l'educanda. In questo vertiginoso gioco di gaffes non tenta neppure di usare perifrasi: la perifrasi è già una agudeza e le agudezas appartengono a un ciclo vichiano cui Bongiorno è estraneo. Per lui, lo si è detto, ogni cosa ha un nome e uno solo, l'artificio retorico è una sofisticazione. In fondo la gaffe nasce sempre da un atto di sincerità non mascherata; quando la sincerità è voluta non si ha gaffe ma sfida e provocazione; la gaffe (in cui Bongiorno eccelle, a detta dei critici e del pubblico) nasce proprio quando si è sinceri per sbaglio e per sconsideratezza. Quanto più è mediocre, l'uomo mediocre è maldestro. Mike Bongiorno lo conforta portando la gaffe a dignità di figura retorica, nell'ambito di una etichetta omologata dall'ente trasmittente e dalla nazione in ascolto.

Mike Bongiorno gioisce sinceramente col vincitore perché onora il successo. Cortesemente disinteressato al perdente, si commuove se questi versa in gravi condizioni e si fa promotore di una gara di beneficenza, finita a quale si manifesta pago e ne convince il pubblico; indi trasvola ad altre cure confortato dall'esistenza del migliore de mondi possibili. Egli ignora la dimensione tragica della vita.

Mike Bongiorno convince dunque il pubblico, con un esempio vivente e trionfante, del valore della mediocrità. Non provoca complessi d'inferiorità pur offrendosi come idolo, e il pubblico lo ripaga, grato amandolo. Egli rappresenta un ideale che nessuno deve sforzarsi di raggiungere perché chiunque si trova già al suo livello. Nessuna religione è mai stata così indulgente coi suoi fedeli. In lui si annulla la tensione tra essere e dover essere. Egli dice ai suoi adoratori: voi siete Dio, restate immoti.

1961

venerdì 16 ottobre 2009

Caffè Filosofico

Il 15 Ottobre è iniziata a Firenze la "Festa della Creatività" arrivata alla quarta edizione; tra gli innumerevoli eventi c'è anche un "Caffè Filosofico" che avrà come tema "Filosofia, politica, religione" e gli argomenti trattati saranno: l’incontro/scontro fra differenti culture religiose in una società sempre più globale, il senso del “sacro”, il rapporto delicato fra la politica e la religione e fra la Chiesa e lo Stato.

Gli incontri più interessanti credo che siano quelli di Sabato 17 Ottobre e quelli di Domenica 18 Ottobre:
Sabato 17 ottobre, ore 16,00 Religione e politica SERGIO GIVONE, EMILIO GENTILE, CARLO GALLI
Domenica 18 ottobre, ore 16,00 Stato e Chiesa SERGIO CARUSO, GUSTAVO ZAGREBELSKY, PIER PAOLO PORTINARO

A proposito dell'incontro di Domenica con Zagrebelsky, ex presidente della Corte Costituzionale e docente di giustizia costituzionale presso la Facoltà di Giurisprudenza di Torino, voglio portare alla vostra attenzione l'esegesi che, giusto ieri, Zagrebelsky ha condotto del momento politico-istituzionale che stiamo traversando, analisi che ritengo molto delucidante.


Gustavo Zagrebelsky e la sua invidiabile lampada da tavolo.
LA DEMOCRAZIA DELEGITTIMATA
di Gustavo Zagrebelsky
Repubblica 15 Ottobre 2009


Si annuncia, anzi è in corso, una crisi istituzionale di vasta portata. A che cosa sia e a che cosa essa chiami coloro che occupano posti di responsabilità nel nostro Paese, sono dedicate le considerazioni seguenti, esposte in quattro punti concatenati tra loro, dall' astratto al concreto.
1. Che cosa sono e a che cosa servono le istituzioni. Il genere umano ha scoperto le istituzioni per mettere a freno l' aggressività e l' istinto di sopraffazione che allignano – in uno più, in altro meno – in ognuno di noi, per diffondere fiducia e cooperazione, garantire un po' di stabilità e sicurezza nelle relazioni umane e proteggere quel tanto di libertà che è compatibile con la vita associata. In una parola: per allontanare sempre di nuovo, ancora di un giorno, le "prove di forza" che accompagnano, come fantasmi che possono materializzarsi, i contatti tra gli esseri umani. Le istituzioni servono innanzitutto a questo: a neutralizzare i nostri istinti distruttivi e a civilizzarci. Poiché nel fondo siamo animali selvatici, possiamo anche dire: servono ad addomesticarci, incanalando e indirizzando le nostre energie in strutture, procedure, garanzie e controlli, così trasformandole, da distruttive, in costruttive di opere durature.
Non sembri eccessivo che, per parlare delle opere e dei giorni del nostro Paese in questo momento, si proceda così da lontano e da fondo, cioè da questa piccola sintesi del celebre scritto di Sigmund Freud sul "disagio della civiltà" (1929). È una messa in guardia a proposito di ciò che accade quando le istituzioni s' indeboliscono o scompaiono, inghiottite dall´ego di coloro che le impersonano e le usano per i loro propri interessi. Oppure – ed è lo stesso – è un ammonimento circa i pericoli di quando si diffonde l´idea che esse siano impacci, o abbiano tradito la loro funzione e siano diventate semplicemente coperture della lotta politica. In breve, si tratta dello scatenamento delle energie peggiori, che le istituzioni e il "senso delle istituzioni" non riescono a controllare. Questo è esattamente il nostro rischio, la china su cui siamo messi a causa di ciò che, con un´espressione abusata di cui non si coglie più la drammaticità, chiamiamo "delegittimazione". Senza istituzioni, tutto diventa possibile. La "prova di forza" pre-politica, cioè fuori delle regole che ci siamo dati per "istituzionalizzare" il fisiologico conflitto politico, è alle porte.
2. Conflitto pre-politico. Guardiamo quello che accade. Lasciamo da parte i troppi che, come sempre accade, aspettano senza scoprirsi di capire come vanno le cose per schierarsi dalla "parte giusta". Accanto ai molti indifferenti, presi dell'assillo d'altri problemi, coloro che si sentono parti in causa sono divisi da una frattura che non possono o non vogliono colmare. Da una parte, c´è chi giurerebbe sulla convinzione che è in corso una congiura contro il presidente del Consiglio e la sua maggioranza, condotta con metodi criminosi da oligarchie irresponsabili e magistrature corrotte politicamente, per un fine antidemocratico: contraddire il risultato di libere elezioni e mettere nel nulla la volontà di milioni di elettori. Sul fronte opposto, si giurerebbe sulla convinzione che, invece, il metodo criminoso è quello di un presidente del Consiglio che, per evitare di rispondere in giudizio di accuse penali assai gravi e infamanti, vuol porsi al di sopra della Costituzione e della legge, cambiandole a suo uso e consumo. Così, due accuse si fronteggiano: di attentato alla democrazia, da una parte; di attentato allo stato di diritto, dall´altra. Questa spaccatura è pre-politica. Non riguarda il come agire dentro le regole della politica che sono date dalla Costituzione, ma addirittura se starci dentro, o uscirne fuori. Vola, infatti, nei due sensi, l'accusa di tentare una forzatura. Qualcuno parla di "golpe", senza rendersi conto di ciò che dice o forse rendendosene ben conto. Quando questo veleno entra in circolo, tutto – atti e parole che, nella normalità, sarebbero inimmaginabili o apparirebbero disgustose intimidazioni e prepotenze – diventa lecito, anche a fini preventivi.
Gli storici diranno di chi è la responsabilità della stasis, del punto morto al quale siamo arrivati. Ma noi ora vi siamo dentro e non possiamo consolarci pensando, ciascuno sulle proprie posizioni, che la storia ci darà ragione. Abbiamo il dovere di districarci nella difficoltà, per noi e i nostri figli, ai quali vorremmo consegnare un Paese pacifico e civile. Non serve a nulla, a questo punto, la ricerca della responsabilità originaria. Serve solo ad attizzare il conflitto. Non serve a nulla lo scambio di accuse tra due fronti che sembrano non ascoltarsi più. Anzi, serve a scavare ancora il fosso e a dare spazio all´avventura. Nessuno ha da rinunciare alle proprie idee, al giudizio su sé e su gli altri. Ma ora si tratta di prendere atto che la spaccatura esiste come "dato", come "cosa" che minaccia le istituzioni e, con esse, la convivenza ch'esse devono assicurare.
3. "Delegittimazione democratica" delle istituzioni". La minaccia alla convivenza va di pari passo con l'indebolimento delle istituzioni, con la loro "delegittimazione". È una storia che viene da lontano, che si ripete ogni volta, con l'affermarsi nella pratica e nel senso comune di un'idea di politica come immedesimazione di un capo nel suo popolo ("voglio essere uno come voi") e di un popolo nel suo capo ("vogliamo essere come te"). Quest'immedesimazione ha assunto nella storia molte forme e molti nomi: democrazia plebiscitaria, demagogia, cesarismo, bonapartismo, peronismo, ecc. Altre forme e altri nomi assume oggi e assumerà in futuro, in conseguenza dei mezzi tecnici di quell´immedesimazione. In ogni caso, però, chi governa immedesimandosi nel popolo sale sul popolo e da lì guarda tutto dall'alto in basso, non concependo che possano esistere limiti e controlli. In nome di che, del resto? Di qualche giudice o giurista parruccone che non rappresenta che se stesso? La politica come immedesimazione o "identitaria" non ha bisogno d´istituzioni; le sono d'impaccio, anzi nemiche. Esse non possono che raffreddare un rapporto che si vuole invece caldo, tra capo e corpo, leader e seguaci. Nascono movimenti, simboli, inni, motti e frasi fatte, eventi e opere, ricorrenze, spettacoli, esempi, che celebrano e rafforzano quel rapporto e quella vicinanza, facendo appello indifferentemente, secondo che occorra, a nobili slanci altruistici o gretti sentimenti egoistici; ora adulando supposte virtù patriottiche, ora stuzzicando nascosti impulsi volgari. Si tratta di rappresentare il "paese reale" per impiantarvi una cosa che viene chiamata democrazia, anzi "vera democrazia", in contrapposizione a quella "falsa", "formale", "vuota", cioè quella mediata dalle istituzioni.
Noi assistiamo a questo processo. In nome della "vera democrazia" (posso fare quello che voglio perché ho il popolo dalla mia parte: vero o falso che sia), le istituzioni che non si adeguano sono indicate come nemiche. Non s'immagina neppure che possano fare onestamente il loro dovere che non è di tenere bordone a questo o quello ma, per esempio, di applicare la legge e di difendere la Costituzione oppure, per le istituzioni dell'informazione, semplicemente di pubblicare notizie. Devono essere necessariamente alleate del nemico. Se il potere è "di destra", le si accuserà d'essere "di sinistra". Se mai il potere fosse di sinistra, la stessa concezione della democrazia le farebbe accusare d'essere "di destra". Ma le istituzioni della democrazia pur esistono e non è pensabile di eliminarle, a favore di una demagogia pura e semplice. Bisogna pur salvare le forme, anche per non essere banditi dal consorzio delle nazioni civili. Allora, via alle intimidazioni o – ed è lo stesso – alle seduzioni e, se non basta, via alle riforme per ridurre l'autonomia e l´indipendenza delle istituzioni non allineate. Così, si cambia regime dall'interno, lasciando l'involucro ma svuotato della sostanza. Così è per il governo, da rendere obbediente al "primus inter pares", per il Parlamento, da ridurre a esecutore passivo del governo; del presidente della Repubblica, per l'intanto da rendere inquilino remissivo, perché non eletto dal popolo (una coabitazione impari, in attesa del presidenzialismo); della Corte costituzionale e della magistratura, da riformare per toglierle dalla sfera del diritto e spostarle in quella della (subordinazione) politica.



Il quarto punto l'ho intenzionalmente resecato, così spezzando la concatenazione, perchè lo trovo meno convincente dei tre punti di analisi precedenti, però se volete vagliarne autonomamente la validità, cliccate su "La democrazia delegittimata" e sarete condotti direttamente all'articolo integro nella "Rassegna stampa della Camera".